Dec
03
Come ogni venerdi mattina, ancora con il classico tazzone americano di caffè in mano, salutavo mia mamma con un bacio sulla guancia, prendevo al volo il mio cappotto e uscivo di casa dirigendomi a gran passi verso la macchina di Mary Lee. Pochi giorni prima mi aveva chiesto di poter condividere con le detenute un piccolo e semplice insegnamento. Per tutta la settimana ero stata agitata. Cosa avrei potuto condividere? Cosa avrei detto? E come lo avrei detto? Il mio accento italiano e i miei errori grammaticali avrebbero fatto ridere chiunque.
Avevo passato ore e ore a cercare di scrivere e imparare a memoria alcune righe che avevo buttato giù. Il risultato finale non era per niente convincente. Avevo così deciso di parlare al massimo per due minuti, limitandomi a ripetere a pappagallo quello che Mary Lee insegnava spesso.
Giunte a destinazione, mentre ci incamminavamo per raggiungere la nostra solita stanza, ripetevo nella mia mente la lenzioncina che avevo preparato con cura. Non mi accorsi nemmeno di avere automaticamente svolto ogni procedura e di essere arrivata nella stanza. Il mini culto iniziò, Mary Lee continuò l’insegnamento della volta precedente. Ero seduta vicina a lei e potevo sentire, direi quasi toccare, quell’amore che aveva verso quelle donne. Parlava loro come una mamma, il suo cuore bramava dal desiderio di vedere l’opera di Dio adempiuta in loro. La mia attenzione era rivolta ad ogni sua parola.. solo allora notai il volto di quelle donne… un volto che parlava della loro sofferenza. Nonostante i loro tatuaggi, i loro piercing, i loro modi bruschi di fare, di parlare e di agire riuscivano a comunicare il loro bisogno di aiuto attraverso il loro viso. Rimasi quasi paralizzata dal forte desiderio di piangere. Mi limitai a pregare, chiedendo a Dio di aiutarmi nello svolgimento del mio discorso e chiedendoGli di fare la Sua volontà. Poco dopo, Mary Lee concluse e mi diede la parola. Mi venne in mente il ritornello di un canto e così lo intonai:
“Father to the fatherless,
Friend to the friendless,
Hope for the Hopeless,
Light over darkness ,
Strength over weakness,
Joy over sadness,
He knows my name.
Padre per coloro che non hanno un padre,
Amico per coloro che non hanno amici,
Speranza per coloro che sono senza speranza,
Luce al di sopra del buio,
Forza al di sopra della debolezza,
Gioia al di sopra della tristezza,
Egli sa il mio nome”.
Cantavo, cantavo, cantavo.. una… due… tre volte fino a quando in un solo coro, unite, lodavamo il nostro Signore. E allora dentro di me qualcosa scattò. Presi la parola parlando loro del dolore. Quel dolore atroce che si ha dentro, nascosto nel proprio cuore. Parlavo dell’odio e di quanto era difficile amare se stessi e di conseguenza amare gli altri… Raccontavo loro che in quanto donna io potevo capire cosa significasse essere umiliata. Che capivo cosa significasse uscire fuori tutto il proprio odio fino a commettere cose atroci. Che capivo cosa significasse essere usata, abusata, violentata per poi essere buttata come una bambola di pezza… che capivo... ma che quell’odio, quel rancore e quella determinazione di continuare a rovinare la propria vita dovevano essere sostituito con l’amore di Dio. Non ero più la “red neck” che parlava alla “black”… ero una donna che parlava ad una donna.
La stanza era ripiena dalla presenza di Dio, quel giorno accettarono tutte Gesù Cristo come SALVATORE!
Non avevo mai sperimentato prima di allora cosa volesse, veramente, dire lasciare il proprio passato. Dio aveva toccato e parlato a me in primis. L’odio, il rancore, la paura erano ormai il mio passato… solo allora iniziò il mio cammino nella vera libertà… la libertà in Gesù Cristo!