Nov
30
Un ringraziamento speciale a Davide Zanin, un amico da tanti anni, che mi ha incoraggiata a condividere la mia esperienza.Grazia e Pace ci sono state offerte da Dio.
Non molto facile annunciare la grazia di Dio ad una donna prostata nel ricordo di un omicidio che ha commesso.
Non molto facile annunciare l’amore di Dio ad una donna che ha ucciso il suo bambino. Non molto facile annunciare la pace di Dio ad una donna che è stata umiliata, violentata, picchiata, torturata, derisa, usata fino al giorno in cui ha commesso l’irreparabile. Non molto facile…. ma indispensabile!
Perché la grazia e la pace ci sono date a tutte e a tutti, che siate tra i muri o al di fuori dei muri della prigione.
Ci sono state offerte da Dio, nostro Padre, in Gesù Cristo nostro fratello. Ci sono state date gratuitamente: niente di quello che abbiamo potuto fare può privarcene e non dobbiamo fare niente per meritarle.
Alla prigione di Whashington DC, dove sono stata, per 1 anno, a contatto con alcune delle detenute, ci sono stati momenti in cui le donne si sostetenevano a vicenda… ma ci sono stati momenti di odio, di esclusione… momenti in cui, per darsi delle scuse, si cercava un’altra detenuta da umiliare. Momenti in cui ci si comparava, mettendo in evidenzia solo i difetti e facendo prevalere l’odio al rispetto.
Mi ricordo ancora la prima volta che sono entrata dentro quella mura… un’enorme porta blindata separava la “libertà” dalla “prigione”. L’odore di chiuso prevaleva su ogni altro tipo di odore. Un poliziotto, con un’aria severa ma simpatica, mi accoglieva invitandomi ad appoggiare tutti i miei oggetti, dal semplice paio di chiavi alle scarpe, in un cestino posto su di una lunga scrivania grigia. Dovevo avere sempre con me il mio passaporto. Tutti i miei dati, l’ora di entrata e di uscita, venivano registrati ogni qualvolta entrassi in quel luogo. L’errore non era permesso. L’abbigliamento doveva essere semplice e decoroso. Parlavo poco inglese ma ero in grado di capire tutto ciò che mi veniva detto.
Per arrivare all’ala Sud Est del carcere, dovevo lasciare il luogo da cui entravo, aspettare l’apertura di due cancelli, divisi da un lungo corridoio, per poi salire delle scale che mi portavano in una grande sala divisa da diversi cancelli… il mio era situato in fondo a sinistra.
Non mi sentivo a disagio, il mio timore era quello di non essere acettata e, di conseguenza, non poter in alcun modo avere accesso ai loro cuori. In fondo ero solo una “red neck” (dispregiativo per definire “di razza bianca”) in mezzo a tutte persone di colore.
Con passo deciso ma con il cuore che batteva forte, entrai dal cancello che mi era stato aperto al mio arrivo. Una cinquantina di occhi si posarono immediatamente e contemporaneamente sulla mia persona. Sorrisi fissando il vuoto, seguendo la poliziotta che mi accompagnava alla stanza che era stata preparata appositivamente per noi. Insieme a me c’era “Sister Mary Lee”, una donna di una 70ina di anni. Forte di carattere, con un amore particolare per quelle donne; pronta ogni settimana a continuare il lavoro che, da tanti anni, svolgeva con fervore.
Installate al tavolo che era stato allestito, aspettammo qualche minuto l’arrivo di tutte le detenute.
Mary Lee prese la parola e con entusiasmo mi presentò. Il messaggio fu molto semplice ma rimasi colpita dal numero di donne che al termine, in lacrime si pentivano e chiedevano perdono a Dio.
Dall’emozione non soffermai il mio sguardo su ciascuna di loro… ma con il tempo avrei imparato a conoscerle, a raccontare loro che quel Dio vivente di cui avevano sentito parlare, poteva veramente renderle libere anche rinchiuse tra quattro mura… Era questione di tempo… che arrivò prima di quanto pensassi…
To be continued…